Sermig

Pace alla maniera asiatica

di Sandro Calvani - Sembra un replay della vecchia guerra di Corea combattuta tra il 1950 e il 1953 tra la Corea del Nord e la Corea del Sud con il coinvolgimento in diverse forme di trenta Paesi. Gli Stati Uniti si schierarono a fianco della Corea del Sud con l’aiuto di altri quindici Paesi e l’appoggio senza combattenti di altri sei Paesi. La Corea del Nord fu aiutata dalla Cina comunista e dall’Unione Sovietica con l’appoggio senza combattenti di altri cinque Paesi. La guerra terminò senza rilevanti cambi di territorio dei due Paesi e 780.000 morti tra i militari alleati del Sud, 1.200.000 morti tra i militari alleati del Nord e circa 2.000.000 di vittime civili. La pace tra i due Paesi non fu mai firmata.

L’anno dopo cominciò la guerra del Vietnam che durò vent’anni, fino al 1975, con la sconfitta degli Stati Uniti, del Vietnam del Sud e dei loro alleati e la riunificazione del Vietnam. La guerra era sconfinata coinvolgendo anche Laos e Cambogia. Morirono 1.350.000 persone dei quali 627.000 erano civili non combattenti senza contare i milioni di morti nei Paesi vicini. La guerra persa del Vietnam costò agli Stati Uniti 165 miliardi di dollari. Tutti i Paesi coinvolti firmarono la pace.

Il 24 Febbraio 1976, subito dopo la fine della guerra in Vietnam, fu la forte impressione di quasi 25 anni di guerra in Asia che spinse cinque Paesi del Sud-Est Asiatico, Indonesia, Malesia, Filippine, Singapore e Thailandia a firmare il trattato di amicizia e cooperazione in Sud-Est Asiatico. Il trattato sancisce alcuni principi fondativi della pace che divennero poi conosciuti come the ASEAN way cioè alla maniera asiatica. In pratica si tratta di una forma di rispetto reciproco tra Paesi e culture, che raramente è compreso bene in Occidente.

I principi fondanti del trattato sono sei: 1) Il rispetto reciproco per l’indipendenza, la sovranità, l’uguaglianza, l’integrità territoriale e l’identità nazionale di tutte le nazioni. 2) Il diritto di ogni Stato a condurre la sua esistenza nazionale libero da interferenze esterne, da ogni forma di sovversione o dalla coercizione. 3) Non interferenza negli affari interni di uno con l’altro. 4) Composizione delle differenze o controversie con mezzi pacifici. 5) La rinuncia alla minaccia e all’uso della forza. 6) Una cooperazione efficace tra i Paesi firmatari.

La messa in pratica del trattato è governata da un consiglio dei Paesi membri che si riunisce periodicamente. È poco risaputo che ai primi cinque firmatari si sono poi aggiunti altri 28 Paesi tra i quali anche la Corea del Nord e del Sud, gli Stati Uniti, la Cina e l’Unione Europea. I Paesi firmatari dopo i primi cinque sono (tra parentesi la data della loro firma): Brunei (1984), Papua Nuova Guinea (1989), Laos e Vietnam (1992), Cambogia e Myanmar (1995), Cina e India (2003), Giappone, Pakistan, Sud Corea e Russia (2004), Nuova Zelanda, Mongolia e Australia (2005), Francia (2006), Timor Leste, Bangladesh e Sri Lanka (2007), Nord Corea (2008), Stati Uniti (2009), Canada e Turchia (2010), Unione Europea, Brasile e Norvegia (2013), Cile, Egitto e Marocco (2016).

Le Nazioni Unite hanno poi riconosciuto il trattato con un voto unanime della loro assemblea generale che dichiarò che «Gli scopi ed i principi del trattato di amicizia e cooperazione nel Sud-Est asiatico e le sue disposizioni per la soluzione pacifica delle controversie regionali e per la cooperazione regionale per raggiungere la pace e l’amicizia tra i popoli del Sud-Est asiatico [sono] in accordo con la Carta delle Nazioni Unite».

Con queste premesse storiche, mi chiedo quale credibilità avranno ancora l’assemblea generale delle Nazioni Unite, i 33 Paesi firmatari e l’Unione Europea se non riusciranno a imporre il trattato da loro stessi firmato e riconosciuto, chiedendo con forza a Stati Uniti e Corea del Nord di fermare i loro preparativi di guerra.

Sandro Calvani
ORIENT EXPRESS
Rubrica di NUOVO PROGETTO