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Fare Chiesa (1/3)

Padre David Cabral, L'eucarestia fa la comunitàdi Giuseppe Pollano – La Chiesa c’è solo se accettiamo di farla esistere e di essere Chiesa viva, come è viva una bella musica eseguita da un artista fedele allo spartito scritto da un altro. È dunque una realtà che implica partecipazione e fedeltà.

La questione per Gesù

Possiamo dire che la Chiesa, sin dal principio è stato il chiaro obiettivo di Gesù, ma anche il suo problema. La preghiera al Padre prima della passione esprime le preoccupazioni di Gesù. Egli, ormai prossimo alla passione e cosciente di essere già uscito dalla vicenda umana, si rivolge al Padre: “Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato. Ora essi sanno, hanno creduto. Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo. Quando ero con loro, io li custodivo nel tuo nome coloro che mi hai dato e li ho conservati. Ma ora io vengo a te. Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal maligno” (cfr Gv 17,6-15).

Si può dire che il gran lavoro di Gesù è stato quello di custodirli e custodirci; e qui si sente veramente fremere come una commovente, ma anche bella, ansia del Signore, come dicesse: “È ora che io me ne venga via; finché c’ero li ho tenuti insieme, ma ora come faranno senza di me?”. Questa preoccupazione di Gesù è molto umana, è molto fraterna, è molto realistica. Sa molto bene due cose. La prima è che il maligno, che con lui non è riuscito a spuntarla, continuerà a fare guerra ai suoi discepoli fino alla fine dei secoli. Essi sono molto più a rischio della gente comune perché, oltre ad affrontare i rischi della vita normale (la fame, la sete, la malattia e tutto quello che accade), hanno contro di sé l’implacabile avversione del maligno. La seconda è che sono uomini: non sono Gesù, sono fragili; perciò in quest’ultima ora prorompe dal cuore del Signore questa appassionata preoccupazione, questo appello totale a suo Padre: “Badaci tu”.

Le preoccupazioni di Gesù

In questa preghiera emergono tre preoccupazioni evidenti in Gesù: la conservazione della verità, della santità, della carità.
La conservazione della verità. Gesù è venuto ad insegnarci verità che, proprio perché arrivano da lui, sono irreversibili e non si cambiano. Non sono molte, però sono essenziali.
La conservazione della santità. Gesù è venuto ad insegnarci alcune regole di vita notevolmente diverse, per non dire del tutto contrarie, rispetto agli usi e costumi di questo mondo; regole di vita sulle quali evidentemente non poteva transigere. Poiché è la via, ci ha dato quei comandi di fondo che sono il costitutivo di ogni personalità cristiana.
La conservazione della carità. Essa si esprime nell’unità della comunione, della Chiesa e della vita.

Ora (ritorniamo nel contesto della preghiera di Gesù) non c’è più lui, quindi non c’è più la pietra, non c’è più il fondamento. Non è più lì presente a correggere i suoi amici, a farli vivi. Nessuno è realista come Gesù e nello stesso tempo nessuno ci conosce bene come lui. Affidare la verità a noi comporta un insuccesso: cominciamo a dimenticarne un pezzo, poi a correggerne un altro per farcelo piacere di più, poi cambiamo una parola, ed ecco che abbiamo tanti credo, non più uno. Piccole varianti, che, aggiunte le une alle altre nel gioco degli anni che passano, diventano, come la storia ha dimostrato, una faccenda seria.
Il quadro storico e geografico del pullulare delle sette cristiane conferma che non siamo capaci più di tanto a conservare una verità; non perché lo facciamo apposta, ma perché siamo mutevoli e fragili, abbiamo le nostre opinioni. Lo stesso si dica per la nostra mutevolezza quanto alla regola di vita e di santità. Anche qui la storia è piena di tentativi di vite sublimi, di vite pure; insomma, fino ad arrivare a dei paradossi incredibili. Pensiamo ai catari, che vuol dire puri: non è un fenomeno che si è esaurito in un’epoca storica, ma è un fenomeno ricorrente. Ci sono sempre delle persone che sul piano religioso o sul piano secolarizzato, per esempio ideologico o politico, si sentono i puri. Però cosa vuol dire essere puri? I tranelli sono mille; non siamo mai capaci di conservare più di tanto uno stile di vita se non abbiamo continuamente un aiuto. Siamo fatti così, abbiamo l’attitudine a spezzare le comunioni e le unità; non siamo troppo fedeli ad un affetto, ad un’amicizia, ad un fidanzamento, ad un matrimonio, ad un gruppo, ad una comunità. La storia umana è una storia di frantumazioni, seguite da un cercare di metterci d’accordo, di fare degli armistizi; ma in genere sono tutte situazioni contrattate e quando, in particolare, c’è di mezzo l’interesse, nel mettiamoci d’accordo c’è già la premessa di un’altra rottura. Insomma, non ce la facciamo.

La soluzione trovata da Gesù

Gesù, che ci conosceva bene e ci amava molto, è venuto a salvare questa gente che siamo noi, soggetti ai mutamenti, alle trasgressioni e alle divisioni. Per salvarci e darci una ragione di speranza, allora non c’era altro da fare (e lo poteva fare solo lui) che comunicare a qualcuno la sua prerogativa unica: essere indefettibile, rimanere fedele, essere la roccia.
Gesù ci ricorda che se si costruisce la casa sulla roccia essa sta in piedi, se la si costruisce sulla sabbia no; e la roccia è lui stesso (cfr Mt 7,24). Roccia, in questo testo, traduce la parola greca petra, che in greco appunto non vuol dire pietra, ma roccia, addirittura la vetta di un monte, una cosa robusta, incrollabile. Gesù passa il privilegio di essere petrino, di roccia, ad un uomo che di per sé sarebbe di sabbia, a Simone, che spesso non lo ha capito, addirittura lo ha rinnegato. Non ha dato questo privilegio a Giovanni che, per quanto sappiamo, è rimasto fedelissimo, perfino davanti alla croce sul Calvario.
Poiché il nome di Pietro, prima che Gesù lo assegnasse a Simone (cfr Mt 16,28), non veniva usato come nome di persona, comporta una nuova realtà: Pietro diventa la roccia su cui Gesù può permettersi di fondare e tenere in piedi una Chiesa perché, come Gesù durante la sua vita, sarà capace di conservare la verità, la santità e l’unità non in se stesso ma per gli altri. Dico questo perché ci può essere anche un papa che non conserva affatto in se stesso la santità. Ogni Pietro, scelto da Cristo, si sente sempre dire ciò che Pietro si sentì dire: “Tu mi vuoi bene? Se mi vuoi bene bada al gregge”. E ogni Pietro risponderà a Cristo dell’amore che ha avuto per il gregge; e quindi è una responsabilità enorme. Assegnando ad un uomo che sarebbe stato sabbia, e che per gli altri aspetti continua ad essere un uomo, la fibra della roccia, Gesù ha inventata la soluzione alla questione della Chiesa, al come tenere insieme il gregge.

È dunque vero che esiste un uomo indefettibile: per noi è Pietro e i suoi legittimi successori, anche se la sabbia ha continuato a fare allegramente la sua strada: è accaduto nella Chiesa che, ad esempio, in certi casi ci fossero tre papi, non uno solo e il problema era sapere qual era quello vero. Eppure Gesù, fedele, ha tirato fuori la Chiesa da questi problemi, da questi pasticci.
I legittimi successori di Pietro continuano in modo vicariale, cioè in modo sostitutivo ma molto autentico, il primato di Gesù nel reggere il popolo di Dio e guidarlo. Il che comporta tra noi e Pietro, chiunque esso sia, un rapporto del tutto particolare che non possiamo non avere, proprio perché continua a portare in sé quella qualità petrigna.

Si sente dire: Cristo sì, Chiesa no. Ma questo atteggiamento fa parte della nostra reazione, della nostra superbia, della nostra insofferenza. Nessuno è stato tanto psicologo come Gesù: Egli sapeva bene che non poteva affidarci ad un’idea, neanche alla fede che lui c’era, risorto, lassù dove non si vede. Abbiamo sempre bisogno di vedere e di avere dei segni; non abbiamo bisogno di idoli, di un papa di fronte a cui inginocchiarsi e adorarlo, però dei segni sì, perché siamo fatti così, abbiamo degli occhi.
Allora Gesù non ci ha lasciati innamorati della sua gloria presso il Padre, non si è limitato a chiederci di guardare il cielo e credere. Ci conosceva bene e così ci ha dato un segno, il quale può diventare proprio importante perché è il continuo segno della benevolenza del Signore: “Tu mi vuoi bene Signore e io me ne accorgo perché anche adesso, che sono disorientato, mi hai dato dei riferimenti che mi indicano cosa credere, come agire, in che cosa sperare e come vivere insieme agli altri ”.
È un’interpretazione molto semplice, però essenziale e ci serve assai perché siamo tutti un po’ portati, anche per la cultura in cui si vive, a una certa dispersione, ad una certa disinvoltura. Il continuare a proporre la verità, la santità e l’unità, a mano a mano che il mondo è andato avanti, non è stato semplice, né dobbiamo affermare che tutto è sempre stato fatto in modo corretto. La verità, la santità e l’unità si sono salvati perché Dio c’è e perché anche certi Papi, davvero molto poco rappresentativi dal punto di vista evangelico, hanno avuto quei lampi di verità che li ha resi in grado di guidare la Chiesa secondo il volere di Gesù.

Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore