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Fare Chiesa (3/3)

Cristiani in Piazza San Pietro (Roma)di Giuseppe Pollano – La Chiesa è senza dubbio capace di fornire una grande speranza. Però prima di tutto è importante che i cristiani siano più formati, che vivano più in comunione, che siano più capaci di missione, in sostanza cristiani ricchi di spiritualità. La Chiesa è abbastanza saggia da sapere che se il sale non ha sapore non si conclude nulla.

Formazione

La vita cristiana è un progetto che ha come obiettivo Gesù Cristo. Il cristiano non può avere altri progetti; naturalmente avrà degli obiettivi nella vita, ma si deve distinguere tra la parola obiettivo, che si deve avere per non vivere con la testa tra le nuvole, e il progetto di fondo. Per il progetto dai la vita, per gli obiettivi no. Gli obiettivi cambiano, oggi lavori qui, domani lavori a Milano, il progetto non cambia mai. La formazione è uno strumento importante per realizzare il progetto di entrare in Gesù Cristo, presente, vivo, vero.
Sono due gli atteggiamenti rischiosi nemici della formazione. Uno è il conformismo: prendo la forma di tutti, come fa la maggior parte faccio anch’io, il cosiddetto democraticismo, già ricordato nella Veritatis splendor. Il criterio democratico può essere valido in politica, ma se decidiamo che una cosa è etica, è giusta, perché la maggior parte la fa, è un grave errore. Se ti conformi, scompari, non hai identità.
Peggio del conformismo è la deformazione, che è il contrario della formazione. È un fenomeno che si intromette nella vita di un cristiano. Pensiamo a un giovane che arriva alla confermazione della fede che non ha ancora 15 anni, in un periodo evolutivo difficile: c'è lo sviluppo fisico, la personalità cerca altri orizzonti, la libertà, la sessualità, i rapporti umani, vive in un influsso culturale. Continua a fare la comunione, frequenta magari la parrocchia, ma poi lentamente può avere un’inversione di marcia, cominciare un processo di deformazione: altre idee, altre mentalità, comincia ad avere dei dubbi e, dentro di sé, una specie di divisione della coscienza che lo porta a pensare che c'è la parrocchia la domenica, poi però la vita è un’altra.
Per i cristiani è fondamentale una formazione permanente, che riguarda tutti, perché ormai, come diceva Agostino, non progredi, regredi, o vai avanti o vai indietro, non ti illudere di star fermo.
La formazione vuol dire prima di tutto, conoscere Gesù Cristo, la Bibbia, la dottrina della Chiesa.
Formazione, naturalmente, è anche formazione spirituale: preghiera, attenzione a Dio, adorazione, contemplazione. Che comporta, poi, guardare il mondo da una certa profondità.

Comunione

Un filosofo, Paul Ricoeur, ha fatto una distinzione molto interessante tra il concetto di socius e il concetto di proximus. Il socius è quello con cui hai rapporti ben precisi, quindi non si va oltre. Invece, il proximus, che in latino vuol dire vicinissimo, implica un rapporto personalissimo, profondo, senza limite, che apre la strada alla carità, alla solidarietà.
La nostra società è certamente una società del socius, pochissimo una società del proximus. Si funziona bene se si è molto simili a un robot: chi è in qualunque posto di lavoro deve essere lì possibilmente puntuale, efficiente, non si fa dire le cose due volte, capisce subito, esegue nei minori tempi possibili le mansioni e interagisce meglio che può con gli altri robot. L'uomo è ridotto a questo, che poi abbia un nome, un cognome, una famiglia, queste sono cose sue private.
Il proximus chi è? È quello a cui tendi la mano. L’atto di tendere la mano è il gesto dell’amore che ti fa proximus. Per cui il prossimo è estremamente individuale, il prossimo è fatto di carne ed ossa e, nello stesso tempo, è inesauribile, è infinito. Invece la societas, per ragioni strutturali, deve essere chiusa: o sei dentro o sei fuori. E il dentro o il fuori chiude il proximus.

Ci sono gruppi ecclesiali che sono più sulla societas che sulla proximitas. Quando la nostra tendenza è proprio questa, allora non c’è più la comunione, allora si comincia ad avere degli interessi tendenzialmente corporativi, si pensa che il proprio modo di vivere il cristianesimo è quello più giusto. Non si può dare agli altri l’unico Gesù Cristo se non si esce dal particolarismo, se non si respira di più l’unico Gesù Cristo. Gesù Cristo basta a se stesso, ricapitola in sé tutti, non schiaccia, non fa un’ammucchiata dove perdiamo l’identità; tutt’altro, è lui che vuole l’identità. La vittoria di Gesù Cristo è che nelle nostre piccole diversità respiriamo insieme l’amore di Dio.
Naturalmente la Chiesa deve avere delle aggregazioni, questa è volontà di Dio e la ricchezza tipica della Chiesa, perché Dio è inesauribile e ci vogliono tante maniere per poterlo esprimere. Il mondo vegetale ha bisogno di molti fiori per esprimerne tutta la vita e farne diventare una bellezza comune; se le viole dicessero che sono le uniche espressioni di questo mondo e i gigli immondizia, cosa succederebbe?

Missione

La Chiesa non è quella che fa la missione, ma è la missione. Non si concepisce una Chiesa che stia seduta a casa sua, se non quando davanti a Dio, ma allora è diverso.
La missione implica un dovere di responsabilità, il prendersi carico di tutti. Quando Giovanni Paolo II ha scritto la sua enciclica sulle missioni, l’ha motivata dicendo che a duemila anni da Cristo, la Chiesa ha appena cominciato. Eppure notiamo che c’è un indebolimento nella spinta missionaria. Come mai? È subentrata un po’ quella mentalità dell’equivalenza secondo cui ciascuno ha il suo Dio e che a Dio si arriva per tante strade. Questo pan-cristismo (Cristo illumina tutti) smorza il senso. Perché parlare agli altri di Gesù Cristo? Sembra quasi violare una libertà personale.

Giustamente facciamo un discorso su valori condivisibili, addirittura su Dio, l’unico Dio, con coloro che con noi condividono il monoteismo, ma ci fermiamo lì. Se non diciamo che Dio si è incarnato e che anche a te conviene conoscerlo, perché diventerebbe per te una ricchezza, la missione in tutti noi si affloscia, diventiamo estremamente rispettosi di tutti. Ora, se i primi apostoli avessero rispettato tutti e fossero andati avanti chiusi nel cenacolo, è probabile che noi non saremmo qua a parlare di Gesù Cristo, perché tutto si sarebbe estinto.
La missione richiede la convinzione che Gesù Cristo va bene per tutti, che avere Gesù Cristo è meglio che non averlo, e richiede l’amore e il desiderio che l’altro ce l’abbia. La prima enciclica di Giovanni Paolo II non ha caso si intitolava Cristo redentore dell’uomo e non a caso diceva “Cristo deve attraversare ogni uomo irripetibile”. Fortissima la lettura antropologica che Cristo va bene per tutti gli uomini.
Una volta Paolo chiamò Pietro ipocrita, perché Pietro, ebreo convertito, per non urtare gli ebrei quand’era con loro continuava a fare l’ebreo, quindi non mangiava certe cose, poi quand’era per conto suo faceva il cristiano; e Pietro, molto umilmente, perché era Pietro, disse che aveva ragione. Sembrava una tattica giusta non urtare i suoi fratelli ebrei, non disturbarli, e invece no, a quanto pare non è così. Se noi nella liturgia chiediamo con insistenza che Gesù sia il re di tutti gli uomini e poi non ne parliamo, siamo nella condizione della ipocrisia di Pietro.
Paolo VI, che è stato il geniale inventore del concetto di dialogo, diceva chiaro che il dialogo si fa tra due che sanno benissimo chi sono, che credono, ascoltano, imparano dall’altro, ma hanno qualcosa da dire e la dicono. Questo è un punto importante per l’umanità, la Chiesa vive, ama e soffre e ripete con Paolo “Guai a me se non evangelizzo”. Questo riguarda ciascuno cristiano, dire Gesù Cristo a qualcuno, a casa tua o fuori di casa è il tuo vivere, detto con garbo, detto con semplicità; ma insomma non tenerti per te tutto e non accontentarti che gli altri vedano solo i tuoi buoni costumi: sei onesto, sei leale, sei sincero, ma questo potrebbe anche averlo un massone; ci sono dei massoni più onesti, più intelligenti più di noi, però non sono credenti.
Quando un cristiano è convinto e forte, non usa più la parola ostacolo, usa la parola occasione, occasione per dire Gesù Cristo

Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore